Trinchieri Vermouth Torino


Gli albori
La Belle Epoque è nel pieno del suo splendore. Il progresso tecnologico è inarrestabile, folle oceaniche si radunano nelle piazze per vedere le prime macchine volanti. Nasce il telefono, le vie delle città si illuminano di luce artificiale e qui scorrazzano le prime automobili. C’è pace, dopo un lungo periodo di guerre che hanno portato l’Unità d’Italia.
I bar diventano i nuovi luoghi di aggregazione, dopo i cortili delle case dove ci si radunava a ballare al suono di una fisarmonica. Qui ci si conosce, si parla di affari e ci si rilassa dopo turni di lavoro massacranti.
Non ci sono più vincoli nobiliari e culturali, l’accesso è consentito a tutti, comprese le donne, che influenzeranno non poco con le loro scelte la produzione dei liquoristi.

L’ora del vermouth.

A fine Ottocento si celebra un rito laico, l’Ora del Vermouth, la città si ferma, smette di lavorare e si gode la vita. Ce lo racconta De Amicis nel suo libro “Le tre capitali” in un interessante spaccato sulla società torinese di allora.
Puntuali gli abitanti della prima capitale d’Italia, e non solo loro, alle sette di sera, si riuniscono nei bar della città per sorbire un aperitivo accompagnato da qualche stuzzichino salato e un dolcetto. Al classico vermouth rosso, amaricante e speziato se ne affianca uno più floreale e profumato, dalla cromia paglierina, per la clientela femminile, abituata ai rosoli, dolci liquori, sorbiti da sempre nelle mura domestiche, per intervallare chiacchiere e pettegolezzi. Mentre molti clienti gradiscono un ulteriore tocco di amaro e scelgono di aggiungere al loro vermouth una mezza dose di liquore alla china o di consumare direttamente un vino aromatizzato con questa corteccia salvifica.
La città vive, dopo il trauma dello spostamento della capitale a Roma, una nuova giovinezza.
Le Esposizioni Generali italiane ospitate nel 1884 e del 1898 ne fanno la il centro industriale per eccellenza,  e il polo produttivo del vino aromatizzato più famoso del mondo.
Gli stand dei produttori sono magnifici, non hanno rivali in bellezza, ed accolgono migliaia di visitatori in cerca di ristoro.
Le vendite dei liquori crescono, Torino conta, dopo la metà dell’Ottocento,  più di quaranta liquoristi e vermuttisti, all’interno della sua cinta daziale, ma non sono sufficienti a coprire le richieste, provenienti soprattutto dall’estero. Il vermouth è diventato uno degli elementi portanti della cultura dei cocktail, nata in America e poi esportata nel resto del mondo, ed in Europa, dopo la fine della Prima Guerra mondiale. Sono decine e decine le miscele dove compare, non c’è menù di hotel che non lo contenga. Il risultato è spettacolare, ad inizio Novecento sono ben undici milioni di litri esportati in ben centocinquanta paesi nel mondo.

La nascita della Trinchieri
La Trinchieri si inserisce in questo contesto ed è una storia tipicamente italiana ed include in essa i tratti tipici dei primi decenni del Novecento, quando intraprendenza e duro lavoro erano il denominatore comune dell’imprenditoria torinese. Una classe forgiata dalle guerre ed ispirata dai modelli vincenti della vicina Francia, con Cognac e Champagne, dove spesso ci si recava per studiare.
La famiglia Trinchieri possiede alcuni ristoranti nel centro di Torino e, secondo un costume dell’epoca, hanno degli spazi adibiti ad opificio produttivo. Le ragioni sono prettamente economiche, legate al costo del vetro ed alla fabbricazione delle bottiglie.
Documenti e fatture attestano che liquori e vermouth delle maggiori Case sono venduti in barili che poi venivano imbottigliati dai clienti nelle cantine dei locali. Le bottiglie etichettate sono spedite con il primo ordine, e sono riempite con cura, più volte, dagli stessi baristi.
Spesso questi prodotti sono affiancati da quelli artigianali elaborati dai titolari, divenendo loro stessi dei brand riconosciuti dalla clientela. Un margine operativo migliore e una fidelizzazione della clientela sono alla base di questa scelta, inoltre una fiorente industria erboristica ed una decina di aromatieri attivi sulla città assicurano materie prime di ottima qualità.
Libretti di appunti e di ricette scritti a mano, con magnifiche calligrafie, sono una caratteristica del periodo. Qui compaiono numerose ricette dei principali liquori e vini aromatizzati in voga nel periodo, come i rosoli, vermouth e chinati, dove il barista aggiunge il suo tocco personale.
Questi preziosi volumetti sono i testimoni finali dell’enorme tradizione orale italiana, dove ogni famiglia aveva le proprie ricette tramandate di padre in figlio.
E molte di queste ricette diventano prodotti famosi in tutto il mondo.
Il successo dei prodotti Trinchieri cresce così tanto che ad ad un certo punto gli spazi retrostanti la sala da pranzo non bastano più.
Annibale decide così di aprire un magazzino dove ai prodotti necessari ai ristoranti, si affiancano i liquori di produzione propria.
I locali sono stati un’ottima palestra dove affinare le ricette, che oramai rodate, sono pronte al grande salto del mercato globale.
La famiglia non fa mistero della sua vocazione enologica, il magazzino infatti funge anche da rivendita per altri locali. Da grande selezionatore e conoscitore del vino non può che nascere un ottimo Vermouth ed un Chinato, spesso declinato anche nella preziosa veste del Barolo, vero cavallo di battaglia dell’azienda. I vini amaricanti hanno un grosso successo ed il loro doppio ruolo, medicinale e voluttuario, frutta ottime vendite.
Lo stesso Trinchieri lo pubblicizza come “Poderoso ricostituente, stimola l’appetito e facilita la digestione”.

La china a Torino, storia di un’eccellenza.
Apriamo quindi una parentesi sulla corteccia di china, che ha una lunga storia nella città sabauda.
Nel XVI secolo a fronte di una popolazione di poco più di ventimila abitanti si contano più di ventiquattro farmacie speziali.
Nei primi decenni del Novecento, nei pressi di via Filadelfia, viene aperto il primo stabilimento per il Chinino di Stato a sancire la supremazia torinese in ambito erboristico. La china, pianta officinale originaria del Perù, la cui corteccia è l’unica cura della malaria e delle febbri viene portata in Europa dai Gesuiti. La preziosa polvere, per lungo tempo conosciuta con il nome dell’ordine religioso, può essere mescolata al vino, unico solvente economico e disponibile in grande qualità nelle campagne.
I vini alla china si diffondono, soprattutto in Francia e, per affinità elettiva in Piemonte. Sono l’unica cura per le febbri e le malattie dell’apparato digestivo che si conosca. Sul finire dell’Ottocento, complice anche la nascita della farmacia chimica questi vini perdono lo status di medicine, dopo un’egemonia durata secoli. Il costo però è ancora elitario e riservato alle fasce più abbienti della popolazione. I vini alla china, pertanto, mantengono una fetta importante di mercato legata alla farmacopea casalinga, restia a cedere alle lusinghe del progresso.
Con le bonifiche delle paludi volute dal regime durante il Ventennio ed una situazione sanitaria ancora precaria, i vini alla china raggiungono vendite significative. Anzi declinano ulteriormente la loro proposta. Con l’aggiunta di zucchero e una dosatura minore di china, possono diventare ottimi prodotti voluttuari, il cui ruolo spazia dall’aperitivo al dopo cena.
E Trinchieri, come già detto, è un maestro in questa specialità.

Le date e gli episodi salienti dell’azienda Trinchieri.
La società si costituisce nel 1906 e trova sede in via Tesso 8, nel quartiere Barriera di Lanzo, nei pressi della ferrovia Torino Asti Genova, costruita nel 1853 e simbolo del pragmatismo piemontese. Sempre in quell’anno viene istituita la nuova cinta daziale che, con la nascita della ferrovia, determina le scelte dei produttori.
La strada ferrata costruita soprattutto in nome del successo del vermouth, deve trasportare le materie prime, le spezie ed il vino, ed il prodotto finito attraverso le tre città. E’ una logica conseguenza che molte realtà storiche decidano, in nome della facilità di spostamento di edificare nuove sedi in prossimità delle vigne, per poter usufruire della materia prima in loco, lasciando le soli sedi di rappresentanza nella città sabauda.
La Trinchieri non vuole abbandonare Torino ed il presidio del territorio più importante, preferendo sfruttare la ferrovia, per approvvigionarsi di vino, grazie ai suoi pregressi commerciali. Una scelta in controtendenza che però premierà l’azienda.
Anzi a Torino raddoppia, aprendo anche un secondo stabilimento a Settimo Torinese.
Le vendite dei vini aromatizzati crescono in maniera esponenziale. Alcune ottime vendemmie dei primi del Novecento assicurano ottima materia prima su cui lavorare. In Piemonte si passa da tre milioni di ettolitri a bel sei, che però non sono sufficienti a coprire la richiesta, che necessariamente si deve rivolgere ai vini del Sud Italia.
E’ evidente che l’azienda ha bisogno di nuova linfa, ed Annibale inserisce in azienda il figlio Ulisse, che porterà nuovo entusiasmo ed idee innovative, e soci di prestigio come Gustavo Talmone , noto produttore di cioccolato ed anch’esso proprietario di famosi locali.

Nel 1911, nella fabbrica Trinchieri di via Tesso lavorano ben 57 operai addetti alle vasche di macerazione delle spezie ed all’imbottigliamento dei liquori e dei vini. Di lì a poco la sua intuizione viene seguita da altre aziende, poiché nel 1912 nasce il polo produttivo dei Docks Dora. I nuovi edifici di mattoni sono costruiti in soli due anni e sono distanti poche centinaia di metri dalla Trinchieri lungo la direttiva della ferrovia di Torino Lingotto. Qui troveranno sede altri quattro produttori di vermouth, ed un distillatore.Le esportazioni e l’attività internazionale.
Se Torino è una delle naturali roccaforti dell’azienda, sono però le esportazioni ad essere uno dei punti di forza, che ha nel Sud America, soprattutto in Argentina, il suo più grande mercato.
L’emigrazione piemontese verso questo paese inizia nel 1837 e procedette a successive ondate nel 1870 fino ai primi del Novecento. Le continue guerre del Regno di Savoia, tasse e carestie spingono centinaia di migliaia di piemontesi a lasciare la terra natia, che però rimane ben impressa sulla loro pelle. E’ infatti la nostalgia di casa con il conseguente attaccamento alle tradizioni l’elemento fondamentale per il successo dei prodotti italiani in questo paese. E il vino chinato e vermouth non fanno eccezione. Moltissime aziende aprono succursali sudamericane per avere una solida base, e risparmi produttivi, per le ottime vendite in loco.
E anche per Trinchieri è lo stesso.
Il prodotto più richiesto e pubblicizzato è, ancora una volta, il Vino Chinato.
Se il vermouth è il prodotto di maggior prestigio elaborato, supportato anche da magnifiche pubblicità, in realtà è il Vino Chinato a dare i maggiori soddisfazioni all’azienda in queste nazione, ed anche in Italia.

La crisi del Novecento e la chiusura.
Nonostante questi successi, alcune nuvole si addensano all’orizzonte.
La Prima guerra mondiale, anche se non porta distruzioni a Torino, rappresenta comunque un primo fermo alle vendite che poco prima apparivano inarrestabili.
Con moltissimi uomini al fronte mancano le vendite nei locali e soprattutto la mano d’opera nelle vigne, con un conseguente calo della produzione. E non è certo l’uso medico che si fece dei vini chinati al fronte che coprire le mancate vendite. A questo si deve aggiungere la devastante epidemia di Spagnola, che colpisce la città che viene decimata anche nella forza lavoro.
Il Proibizionismo americano, che ha inizio nel 1919, mina ulteriormente le vendite di quell’immenso mercato e, anche se non è il principale, è comunque molto importante, soprattutto per i vini piemontesi, che godevano di ampia rinomanza in loco.
I vini alla china talvolta vengono venduti in farmacia, come rimedi medici, pertanto esclusi dal divieto di consumo, ma con numeri ben lontani dai precedenti. Ma grazie a questo escamotage si può sopravvivere.
Nonostante tutto Trinchieri continua la sua attività, superando, non senza difficoltà anche la distruzione della Seconda guerra mondiale.
Torino, polo industriale, con la Fiat impegnata a costruire aerei ed autoblindo, è la città più bombardata d’Italia, con pesanti ricadute anche sui civili e le attività commerciali.
Centro e periferia subiscono gravi danni, e solo la fortuna evita che lo stabilimento di via Tesso venga distrutto. Le bombe cadono poco lontano e rimane solo la paura.
Ma non sono le guerre con le armi a determinare la chiusura della Trinchieri, ma quelle commerciali, all’indomani della fine delle ostilità.
Con la nascita della televisione e dei budget pubblicitari, la comunicazione dei marchi cambia completamente.
Carosello ed i primi spot fanno nascere folle di consumatori, che dai prodotti locali, di territorio, tipici, iniziano a desiderare i marchi della televisione, pubblicizzati dai divi del cinema italiano.
Cambiano gli stili di consumo, i giovani hanno nuovi luoghi di ritrovo, le discoteche dove si bevono cocktail a base di distillati stranieri allungati con sode aromatizzate.
Whisky, gin e vodka sono di gran moda, la quale è influenzata dallo stile di vita americano dove vermouth, vini aromatizzati e grappa non hanno posto.
Sono prodotti vecchi e per vecchi, appartengono al periodo che, hippie e Generation X, vogliono cancellare e così sarà.
Trinchieri, così come un centinaio di altre aziende, torinesi e non, di vermouth, amari e liquori chiuderà nei due decenni seguenti alla fine della guerra. La concorrenza delle grandi aziende ed il calo delle vendite sarà fatale all’azienda.

La rinascita.
Ma oggi questo oblio è finito. Complice il ritorno della miscelazione classica, dal 2010 si è assistito ad un progressivo ritorno del vermouth e dei vini aromatizzati in genere.
Il recupero delle tradizioni, la voglia di italianità, la ricerca del territorio hanno fatto si che il vermouth sia ritornato sugli scaffali dei bar e nelle case degli italiani.
Trinchieri ritorna così in vita con una ricetta ispirata al suo glorioso passato, per riportare l’eccellenza italiana nel mondo.

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